Il cortile di giò

domenica 8 agosto 2010

La luna

La luna, da sempre, è stato l’astro che più di tutti ha ispirato gli uomini.
Perché più vicina e visibile?
Penso, piuttosto, che tale fascino nasca dalla sua mutabilità. Non a caso veniva venerata come divinità femminile.
Nelle varie parti del globo, le stelle cambiano, secondo la bizzarria della latitudine e della longitudine; ma la luna, la tenue e dolce luna, resta sempre lì, pur mutabile nella forma e nel colore; nell’essere e non essere visibile, tutta o in parte. Bianca, fredda e pallida. Gialla o, a volte, di un caldo colore intenso, quasi rossa. Insomma, sempre diversa.
Odiata, amata, temuta, rispettata e maledetta. Come una donna ma, quale dea, ancor più donna e, come tale, oggetto di un numero incalcolabile di poesie, specie in periodo romantico.
Leopardi, Shelley, Baudelaire, e tantissimi altri, conosciuti e non, che individuano, nel volto pallido della luna, tutte le loro tristezze, malinconie e amori verso la donna, verso il richiamo della natura ancestrale che è insito nella femminilità, con l’eterno miracolo della procreazione. Azione che si ravvisa nel continuo rigenerarsi della luna, attraverso le sue fasi: nascita, crescita, vecchiaia e morte ma che, all’infinito, rinascerà ogni 28 giorni circa.


Una luna che sogna e, come ci dice Baudelaire, fa sognare.
Languida, mollemente sdraiata su mille cuscini, mentre lascia cadere sulla terra, pallide lacrime, raccolte furtivamente dagli uomini, per nasconderle ai bagliori del sole.
Oppure “Graziosa”, nell’aggettivo leopardiano, dove s’intende, non solo come bella ma, anche gentile, educata. Poiché, silenziosa, ascolta le tristezze presenti del poeta e le passate speranze della gioventù. Ma anche, “giunta ai confin del cielo” (Il tramonto della luna).
Insomma, per ognuno, una luna “su misura”, fatta a grandezza di pensiero.
Un astro malinconico che si avvia verso un’epoca quasi “irriverente”, passando, con il decadentismo, attraverso l’ultimo sprazzo di fulgore e fascino, eternata da Gabriele D’Annunzio, quale “Falce di luna calante”.
Una luna che ha retto ai millenni, persino osannata nelle liriche cinesi, nei versi arabi che si perdono nella notte dei tempi ma … Ma ora?
Ora siamo nell’era spaziale, purtroppo per lei! Già un certo Keplero, rubò una parte del suo fascino, asserendo la poco fantasiosa teoria, secondo la quale, le orbite dei corpi celesti, quindi anche della luna, non erano cerchi perfetti. Sfrontato sino in fondo!
Come si può dire alla stupenda luna che non sia perfetta?
Poi, arrivò un altro irriverente di nome Galileo; il quale pretese di forzare la sua riservatezza o, come di moda oggi, “privacy”, come se le parole italiane non bastassero.
Insomma, questo ribaldo, ebbe l’ardire di guardarla da vicino, per mezzo di un astruso marchingegno chiamato telescopio. E, la sua sfacciataggine, non si fermò qui, andando ben oltre, asserendo la non perfetta sfericità e che, il suo viso, non era levigato come quello di una bambola di finissima ceramica, bensì, pieno di crateri. Un po’ vaiolosa!
Beh, diciamolo pure: non fu certo il colmo della finezza. Quasi quasi, con l’abiura …
Ne seguirono altri, ma i peggiori furono Einstein, Fermi e Von Braun, grazie ai quali, il 21 luglio 1969, alle 04, 55 (ora italiana), due bellimbusti, di nome Aldrin e Armstrong, grazie al “progetto Apollo”, scesero la scaletta del LEM, visti da tutto il mondo, per andare a passeggiare e saltellare sulla pancia della luna! Questo fu lo sberleffo peggiore. Almeno, lo avessero fatto senza dare nell’occhio, in punta di piedi! Senza renderlo di pubblico dominio!
Come andare con una bellissima donna, per poi raccontarlo a tutti!

In breve, cosa è rimasto di quel mondo di sogni? Di quel mondo arcano fatto di facce tristi o sorridenti della magica luna?

Cosa resta di quel mondo silenzioso e colmo di avventura?

Davvero tutto finito? Io credo di no!

Credo che il fascino e la voglia di poesia continuino, dal momento che, in quel lontano 1969, non si fece altro che coronare l’antichissimo sogno umano di poter andare proprio sulla luna, di conoscere e comprendere la sua vera essenza.

Già dal II sec. D.C., lo scrittore greco Luciano di Samosata, nella sua “Storia Vera”, immaginava questo viaggio, non con un razzo ma con una nave, ovviamente a vela.

Con Dante, poi, il secondo canto del Paradiso diventa quasi un trattatelo di scienza lunare: il divino poeta ha un dubbio riguardo a quale sia l’origine delle macchie lunari visibili dalla Terra.

Secondo lui le diversità tra le parti luminose e quelle scure, erano causate dalla diversa densità dei corpi ma subito, Beatrice, contesta l’opinione di Dante, dando una spiegazione di natura metafisica (dottrina dell’universale; scienza dell’assoluto; che va oltre ogni cognizione fisica. Come se fosse possibile!).

La conclusione che follemente ne scaturisce è che: “la maggiore o minore densità o intensità degli astri, o di parti di essi, è legata al diverso grado di compenetrazione nei cieli della virtù angelica”. Una visione fantasiosa e scientifico-religiosa tutta dantesca e pienamente medioevale. Ma forse, aveva semplicemente alzato un po’ il gomito! Anche perché, se si fosse preso la briga di dare un’occhiata a quanto asserivano diversi greci già 1500 anni prima di lui, avrebbe trovato ottime teorie molto vicine alla realtà.

Ma si sa, il male peggiore è quello di costruirsi la cultura a proprio piacimento e agio. Tanto per cercare di dimostrare l’indimostrabile.

Petrarca, contrariamente a Dante, per certi versi anticipando Leopardi, fa della Luna una metafora dei suoi stati d’animo malinconici e notturni:

“Io aspetto tutto’l dì la sera,

che’l sol si parta, e dia luogo a la Luna”.

Infine, l’astronauta della fantasia: Ludovico Ariosto, il quale catapultò il senno del suo Orlando Furioso sul nostro satellite. E, per andare a riprenderlo, la sua penna ed il suo ingegno, inventarono l’Ippogrifo, il destriero alato che condurrà Astolfo sulla luna.

La mancanza d’atmosfera respirabile, poco importa alla sovrana immaginazione.

In seguito, si pensarono i metodi più svariati: con mongolfiere, con palle di cannone e vascelli volanti. Persino in gigantesche bolle di sapone o su traballanti biplani di legno e tela.

Sogni!

Sempre sogni ad occhi aperti verso l’arcano e metaforico mondo femminile della poesia.

Per cui, non voglio credere che la scienza e le sue conquiste possano o vogliano ostacolare la fantasia degli ammiratori e cantori del pallido astro.

Forse, fantasia e scienza, possono andare più d’accordo di quanto non si sarebbe portati a credere.

Conoscere le montagne, i crateri e i “mari”, che fanno ormai parte della sua ben nota geografia (o sarebbe meglio dire: selenografia), non scoraggeranno le infinite confidenze di sognanti innamorati, presenti e futuri che, con languidi versi, sussurreranno i loro batticuori alla benevola e fascinosa luna; la quale, imperterrita, continuerà, gelosamente, a custodire i segreti d’ognuno, affidati per sempre al caldo vento dell’amore.

(Marinella Andrizzi)

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