Tra i vicoli che spaccano
il cielo di Napoli vola
una parola spezzata
frammento d´umanità
gettato nell´aria come
lamento della città
in croce.
Il venditore ambulante
che ogni mattina sogna la roba vecchia
cammina nel sole filtrato
e mentre getta in avanti
le scarpe parla di fame
ai giovani in jeans
che gli stanno intorno.
(Il solito: Antonio Salomone)
venerdì 4 giugno 2010
giovedì 3 giugno 2010
Evviva l´Italia
A chi gli ha chiesto perché il ministro dell`Interno non fosse presente alla parata del 2 Giugno il Presidente della Repubblica Napolitano ha risposto:” chiedetelo a lui“. Mi è venuta in mente la storia di Lucia Massarotto, la donna tricolore, diventata celebre per aver esposto la bandiera italiana dalla sua finestra in riva Sette Martiri a Venezia proprio di fronte al palco dei raduni annuali del popolo padano. Per dodici anni ha potuto farlo, non senza conseguenze però... Adesso è in cerca di una nuova abitazione perchè il suo contratto di locazione è in scadenza e non è in grado di pagare il canone aumentato da 600 a 900 euro al mese.
Mi viene da dire evviva l´Italia, w la Repubblica.
Mi viene da dire evviva l´Italia, w la Repubblica.
martedì 1 giugno 2010
L´amore che non mi fu dato
La incontrai in una notte di Marzo quando il cielo sembrava promettere. Vidi in lei un pezzo del mio passato e la cercai come si cerca qualcosa che si è perso. Pensai:"tutto si distrugge, tutto si ripete" ma qualcosa di oscuro e banale univa le nostre storie rendendoci protagonisti di un dominio senza fine. Immaginai la sua presenza nella piazza popolata da viaggiatori senza meta e mentre il sole moriva e la luna esitava, ecco che apparve abbracciata da un Luglio afoso. Camminando raggiunsi i suoi occhi e in essi vidi una luce non vera. Arrivammo a casa e sapevo già tutto: l´aria che dal mare soffiò verso terra portò con se racchiuso il segreto di lei così perdutamente immorale.
Abitai il suo corpo senza, per questo, esserne il padrone e, sospinto ai bordi della follia, meditai...
Come due ladri timorosi delle ombre, varcammo anzitempo il nostro tempo per inciderne l´anima con affilate lame d´acciaio.
L´ultima notte, lessi nelle sue parole avanzi di universi sconosciuti, radici sradicate. Pensai all´amore di cent´anni fa, alla morte di sempre, al tempo fermo nelle cornici. Poi di nuovo la piazza e quel Luglio afoso ed io che bruciavo nel fuoco della rabbia, impotente. Né un saluto, né un abbraccio: fuggire l´ombra di noi stessi, attendere la fine come gli occhi il sonno. Noi, folletti appena intravisti nella penombra dell´illusione. La perdevo in un grido taciuto, in una lacrima risparmiata.
Vado a casa, di fuori il sole è alto. Persone e cose sono come morte, i bambini giocano all´innocenza: è un pomeriggio d´estate; Compomarino è lontana.
La luce rossa del tramonto si distende lungo i viali periferici dove cercai l´amore che non mi fu dato e tutto appare stranamente dolce nel pensiero di me pirata caduto per gioco nella polvere. L`avessi capito prima che il mare è una truffa e che tutti i sogni muoiono quando stai per catturarli.
L´eco spenta di ombre lontane, in memoria di un mare ucciso, riempì gli angoli e le cose ma era soltanto dolore, beffarda ironia di un clown.
Sopraggiunsero i giorni ma niente, dietro i vetri, mutava, soltanto il precipitare stanco delle ore.
Andai verso quel luogo, vidi la terra e le sue distese di grano, la chiesa, la piazza. Trovai risposte nel silenzio arcaico di chiese contadine e rumori in cantine dove vecchi fratelli s´incontrano e bevono nell´aria tersa di un luglio color viola. Uomini anteriori alla società che la ragione ha concepito ancora prima di ogni forma collettiva. Uomini soli, contro greggi di case che al cielo si innalzano a simbolo di felicità smarrita. Zaffate di vita lontana mi spinsero su per la salita del boschetto.
C´è aria di festa ma nessun forestiero è benvenuto, contrariamente a quel che c´è scritto sul cartello un attimo prima di entrarci. Sulle soglie delle case, vecchi coi volti trafitti dal tempo; un ragazzo passeggia, ogni tanto si ferma, poi , tra i pensieri di nuovo passeggia. Tradito da ogni affetto continua a lacerarsi, a ferire il giorno ferendo se stesso. Sotto c´è una piazza che andrà a riempirsi di musica e di gente.
Prendo stradine dirute e mi viene in mente il Novembre 80`, c´è ancora traccia di allora. Faccio un giro ma sono stanchissimo. Forse è qui che abita, non la cerco ma vorrei vederla da lontano, gridare il suo nome ma l´emozione fa tacere la voce quando altrimenti esploderebbe e una sigaretta accesa d´abitudine non spiega il mistero del mio silenzio.
E` tempo di tornare a casa, come stritolarci, come scorticarci adesso che hanno ucciso il tuo cuore, ladri di sogni e di coscienze!
A voi gente! Immensamente amo quei suoi capelli, quegli occhi, quelle labbra, ma voi non capite e continuate a stracciarmi il cuore stasera. Immensamente amo la rabbia che urla dentro, le sue lacrime di niente; adoro la mia differenza e la tenerezza dei vecchi, le loro rughe lentamente solcate dalla morte ma voi non capite ed ancora rovinate tutto. Ditemi, allora, quante volte avete pianto di vita, braccato i desideri fino al punto di non desiderarli affatto; ditemi se mai avete scoperto i bambini, giocato con loro a non divenire grandi!
Abitai il suo corpo senza, per questo, esserne il padrone e, sospinto ai bordi della follia, meditai...
Come due ladri timorosi delle ombre, varcammo anzitempo il nostro tempo per inciderne l´anima con affilate lame d´acciaio.
L´ultima notte, lessi nelle sue parole avanzi di universi sconosciuti, radici sradicate. Pensai all´amore di cent´anni fa, alla morte di sempre, al tempo fermo nelle cornici. Poi di nuovo la piazza e quel Luglio afoso ed io che bruciavo nel fuoco della rabbia, impotente. Né un saluto, né un abbraccio: fuggire l´ombra di noi stessi, attendere la fine come gli occhi il sonno. Noi, folletti appena intravisti nella penombra dell´illusione. La perdevo in un grido taciuto, in una lacrima risparmiata.
Vado a casa, di fuori il sole è alto. Persone e cose sono come morte, i bambini giocano all´innocenza: è un pomeriggio d´estate; Compomarino è lontana.
La luce rossa del tramonto si distende lungo i viali periferici dove cercai l´amore che non mi fu dato e tutto appare stranamente dolce nel pensiero di me pirata caduto per gioco nella polvere. L`avessi capito prima che il mare è una truffa e che tutti i sogni muoiono quando stai per catturarli.
L´eco spenta di ombre lontane, in memoria di un mare ucciso, riempì gli angoli e le cose ma era soltanto dolore, beffarda ironia di un clown.
Sopraggiunsero i giorni ma niente, dietro i vetri, mutava, soltanto il precipitare stanco delle ore.
Andai verso quel luogo, vidi la terra e le sue distese di grano, la chiesa, la piazza. Trovai risposte nel silenzio arcaico di chiese contadine e rumori in cantine dove vecchi fratelli s´incontrano e bevono nell´aria tersa di un luglio color viola. Uomini anteriori alla società che la ragione ha concepito ancora prima di ogni forma collettiva. Uomini soli, contro greggi di case che al cielo si innalzano a simbolo di felicità smarrita. Zaffate di vita lontana mi spinsero su per la salita del boschetto.
C´è aria di festa ma nessun forestiero è benvenuto, contrariamente a quel che c´è scritto sul cartello un attimo prima di entrarci. Sulle soglie delle case, vecchi coi volti trafitti dal tempo; un ragazzo passeggia, ogni tanto si ferma, poi , tra i pensieri di nuovo passeggia. Tradito da ogni affetto continua a lacerarsi, a ferire il giorno ferendo se stesso. Sotto c´è una piazza che andrà a riempirsi di musica e di gente.
Prendo stradine dirute e mi viene in mente il Novembre 80`, c´è ancora traccia di allora. Faccio un giro ma sono stanchissimo. Forse è qui che abita, non la cerco ma vorrei vederla da lontano, gridare il suo nome ma l´emozione fa tacere la voce quando altrimenti esploderebbe e una sigaretta accesa d´abitudine non spiega il mistero del mio silenzio.
E` tempo di tornare a casa, come stritolarci, come scorticarci adesso che hanno ucciso il tuo cuore, ladri di sogni e di coscienze!
A voi gente! Immensamente amo quei suoi capelli, quegli occhi, quelle labbra, ma voi non capite e continuate a stracciarmi il cuore stasera. Immensamente amo la rabbia che urla dentro, le sue lacrime di niente; adoro la mia differenza e la tenerezza dei vecchi, le loro rughe lentamente solcate dalla morte ma voi non capite ed ancora rovinate tutto. Ditemi, allora, quante volte avete pianto di vita, braccato i desideri fino al punto di non desiderarli affatto; ditemi se mai avete scoperto i bambini, giocato con loro a non divenire grandi!
ALETHEIA
Da un libro uno spunto, da uno spunto un libro: il ciclo non si esaurisce mai. I libri parlano sempre di altri libri -scrisse un giorno Umberto Eco- ed ogni storia racconta una storia già raccontata, una interpretazione di una rappresentazione già rappresentata e già interpretata: non leggiamo nulla di veramente nuovo e di assolutamente vero.
L`illusorietà è ciò che il libro vuole offrire al lettore il quale è messo di fronte ad un mondo che è la riproduzione di un originale che non esiste e che, ironia della sorte, è stato sempre rappresentato. Menzogna dunque, raccontata sulla verità che è ALETHEIA cioè quella che stando alla luce non può essere in alcun modo nascosta.
Non è semplice individuare la verità e forse nessuna metafora riuscirebbe a sopportarne il peso. Ma la meraviglia (come dice Aristotele) colpisce l´uomo, lo costringe a riflettere ed a ricercare. Sicché è dalla meraviglia che nasce la curiosità e da questa, il desiderio di conoscere, ci spinge a formulare domande. Ma cosa si vuole conoscere? Qual è l´oggetto a cui la domanda si rivolge? Nessuno vorrebbe a una qualsiasi domanda una risposta menzognera. La verità è il fine della domanda. Ma se la domanda ha una finalità di fondo (la verità) essa avrà una fine soltanto quando lo scopo sarà raggiunto.
La filosofia che da sempre si occupa della verità, morirà soltanto nel momento in cui le domande che essa pone, avranno come risposta la verità. Il compito della filosofia è quello di gravitare attorno a ciò che può essere detto verità liberandosi dall´apparenza, dalla “produzione”. In tutto questo Socrate è stato un maestro e non ha lasciato nulla di scritto proprio perché “apparenza e “produzione” sono prerogativa del libro. Se dovessi scriverne uno sarebbe una non- verità, una interpretazione di ciò che ho letto e di ciò che mi è apparso; una illusione temporanea che mi inchioderebbe alla scrivania per molte ore e per molte notti che , altrimenti, avrei dedicato ai miei silenzi.
L`illusorietà è ciò che il libro vuole offrire al lettore il quale è messo di fronte ad un mondo che è la riproduzione di un originale che non esiste e che, ironia della sorte, è stato sempre rappresentato. Menzogna dunque, raccontata sulla verità che è ALETHEIA cioè quella che stando alla luce non può essere in alcun modo nascosta.
Non è semplice individuare la verità e forse nessuna metafora riuscirebbe a sopportarne il peso. Ma la meraviglia (come dice Aristotele) colpisce l´uomo, lo costringe a riflettere ed a ricercare. Sicché è dalla meraviglia che nasce la curiosità e da questa, il desiderio di conoscere, ci spinge a formulare domande. Ma cosa si vuole conoscere? Qual è l´oggetto a cui la domanda si rivolge? Nessuno vorrebbe a una qualsiasi domanda una risposta menzognera. La verità è il fine della domanda. Ma se la domanda ha una finalità di fondo (la verità) essa avrà una fine soltanto quando lo scopo sarà raggiunto.
La filosofia che da sempre si occupa della verità, morirà soltanto nel momento in cui le domande che essa pone, avranno come risposta la verità. Il compito della filosofia è quello di gravitare attorno a ciò che può essere detto verità liberandosi dall´apparenza, dalla “produzione”. In tutto questo Socrate è stato un maestro e non ha lasciato nulla di scritto proprio perché “apparenza e “produzione” sono prerogativa del libro. Se dovessi scriverne uno sarebbe una non- verità, una interpretazione di ciò che ho letto e di ciò che mi è apparso; una illusione temporanea che mi inchioderebbe alla scrivania per molte ore e per molte notti che , altrimenti, avrei dedicato ai miei silenzi.
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